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martedì, 30 giugno 2009

"Internet e diritto all'oblio: quando la memoria cade in prescrizione

Il generale Rafael Videla, capo della giunta militare che governò l’Argentina tra il 1976 e il 1981, amava ripetere che “la memoria è sovversiva”. Il senso della frase è che niente che possa nuocere al Potere va ricordato. In un’ottica opposta, Roberto Scarpinato, magistrato antimafia della procura di Palermo, dice che “la memoria è come un indice puntato contro i crimini del Potere”.
Carolina Lussana, deputata della Lega, ha fatto propria la tesi del dittatore argentino presentando alla Camera dei Deputati il
disegno di legge n. 2455, che vuole regolamentare il cosiddetto “diritto all’oblìo” su internet. Un disegno di legge che impedirebbe di mantenere in Rete, decorso un certo periodo di tempo, informazioni su persone che in precedenza hanno avuto guai con la Giustizia.
Molto sinteticamente, il
diritto all’oblìo, creato da quella giurisprudenza degli anni ’70, attentissima ai diritti della persona, che lo collocò tra i diritti inviolabili di cui all’art. 2 Cost., è il diritto di ognuno a non vedere riproposti al pubblico fatti propri che in passato furono oggetto di cronaca. A volte è sufficiente una singola pubblicazione perché una notizia venga acquisita con completezza dalla collettività. Altre volte sono necessari approfondimenti, che fanno sì che la notizia perduri nel tempo. In ogni caso, a partire dal momento in cui il fatto è acquisito nella sua interezza, l’interesse pubblico alla sua riproposizione va scemando fino a scomparire, come se diventasse un fatto privato, e sorge il presupposto del diritto all’oblìo.
Una tutela sacrosanta. Ma che, per ovvi motivi, riguarda il “cittadino X”, il tossicodipendente che per procurarsi la dose rapinò la bottega, o l’anonimo funzionario che si fece corrompere per coprire un abuso edilizio. Non certo il politico di lungo corso, quello il cui rapporto con la collettività perdura nel tempo e che sarà sempre attenzionato dall’opinione pubblica, anche per ciò che riguarda il passato.
Ebbene, il disegno di legge presentato dalla deputata Lussana cancella questo principio. Detta una normativa generale sui termini massimi di permanenza in Rete della notizia di un procedimento penale a carico di chicchessia, pena una sanzione amministrativa da 5.000 a 100.000 Euro ai danni del proprietario del sito. I termini variano a seconda che si tratti di assoluzione o archiviazione (un anno), di amnistia o prescrizione (due anni), di una condanna definitiva. In quest’ultimo caso, i termini sono maggiori e dipendono unicamente dall’entità della pena inflitta con la sentenza di condanna. Ma, cosa più importante, non si guarda all’autore del fatto. La normativa riguarda tanto il pastore che uccide per riprendersi la pecora quanto il presidente del Consiglio.
E certo non rassicura l’art. 3, comma 3° lettera c), secondo cui la cancellazione dei dati sul web non può imporsi in riferimento a chi “esercita o ha esercitato alte cariche pubbliche, anche elettive, in caso di condanna per reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni, allorché sussista un meritevole interesse pubblico alla conoscenza dei fatti”. Si badi bene: “per reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni”. Ciò significa, per fare un esempio noto, che se, come è ormai certo, interverrà la prescrizione in favore di Silvio Berlusconi una volta ripreso nei suoi confronti il processo Mills, per ora sospeso dal lodo Alfano ma che in primo grado ha accertato la posizione di Berlusconi quale corruttore, le relative notizie potranno rimanere in Rete per soli due anni. Perché quel reato Berlusconi non lo avrebbe commesso nell’esercizio di funzioni pubbliche.
Allo stesso modo, i fatti contenuti in un decreto di archiviazione, che ha ad esempio accertato che un noto politico è abituale commensale di un mafioso ma non la sua partecipazione a Cosa Nostra, potranno rimanere in Rete per non più di un anno.
In pratica, questo disegno di legge interviene a gamba tesa sul concetto di interesse pubblico, che viene graduato in maniera molto discutibile. In caso di condanna, la relativa notizia potrà essere mantenuta in Rete per un tempo che varia in funzione della pena comminata dal giudice, non dell’interesse obiettivo che suscita il fatto.
Ed ecco il paradosso. Chi è stato condannato all'ergastolo per aver avvelenato la moglie, rimarrà per sempre nei motori di ricerca. Invece, del più grave episodio di corruzione della storia della Repubblica non rimarrà più traccia passati cinque anni. A questo porterà la geniale trovata dell'onorevole Lussana. Le generazioni future sapranno tutto sui delitti di Erba, Garlasco, Cogne, Perugia e simili. Ma niente su una nuova Tangentopoli.
Si noti, poi, come la logica sottesa a questo disegno di legge ricalchi quella della prescrizione del diritto penale. La prescrizione è l’estinzione del reato per decorso del tempo senza che sia stata emanata sentenza definitiva. Si parte, cioè, dal presupposto che trascorso un certo periodo di tempo, che varia a seconda della gravità del reato, lo Stato rinuncia a punire l’autore perché non ne ha più l’interesse. Lo Stato prima o poi dimentica, tranne i reati punibili con l’ergastolo, che sono imprescrittibili.
Allo stesso modo, questo disegno di legge impone alla collettività, decorso un certo periodo di tempo che varia a seconda della pena inflitta, di non nutrire più interesse alla conoscenza di determinati fatti. Vengono subito alla mente i reati dei colletti bianchi, che certo non tagliano la gola ai propri familiari. La collettività viene quindi privata della memoria in ordine a fatti la cui conoscenza è indispensabile per poter giudicare una classe dirigente. E’ come se la memoria storica cadesse in prescrizione. Per dirla con il collega
Guido Scorza, viene meno il "diritto alla Storia". Ritorna in mente la frase del generale Videla (“La memoria è sovversiva”). E niente più dito puntato contro i crimini del Potere, parafrasando il magistrato Roberto Scarpinato.
Ma vi sono altre considerazioni di ordine logico che non si possono tralasciare, e che svelano una evidente scarsa conoscenza dell’istituto del diritto all’oblio da parte dell’onorevole Lussana. E’ noto, infatti, che l’elemento caratterizzante il diritto all’oblio sta nella riproposizione di un fatto che fu oggetto di cronaca in passato, quando l’interesse pubblico intorno ad esso si è ormai sopito. Si badi bene: “riproposizione”. Vale a dire: si vìola il diritto all’oblio quando il gestore di un’informazione, senza che sussista un interesse pubblico, la ripropone alla collettività. Qui da parte del lettore vi è un’apprensione passiva del fatto già oggetto di cronaca in passato. Riproporre un fatto alla collettività significa elevarlo al rango di notizia, quindi pubblicarlo, ad esempio, su un quotidiano (o un periodico) oppure inserirlo nella home page del proprio sito.
Il disegno di legge in questione impedisce, invece, l’apprensione attiva di un fatto, la sua acquisizione attraverso un’attività di ricerca da parte dell'utente sugli appositi motori della Rete. E’ come se il legislatore imponesse a tutte le biblioteche di rendere inaccessibile gran parte del proprio materiale cartaceo, decorso un certo periodo di tempo. Se davvero si fosse voluto tutelare il diritto all’oblio, non ci sarebbe stato alcun bisogno di creare una normativa ad hoc. I principi dell’ordinamento già tutelano la persona contro le indebite riproposizioni di fatti passati. Se chi ha picchiato un altro per un parcheggio vuole far sparire il proprio nome dalla cronaca locale di un sito male aggiornato, non ha che da rivolgersi al tribunale o al Garante della Privacy, che provvederà senza indugio a far rimuovere quei dati imbarazzanti, con rifusione delle spese legali, laddove non sussista più alcun interesse pubblico al loro mantenimento.
Pertanto, dire che il disegno di legge dell’onorevole Lussana vìola l’art. 21 Cost., che sancisce la libertà di espressione, è cosa scontata. C’è di peggio. Qui è la formazione culturale delle future generazioni ad essere messa a repentaglio. Prevedere una normativa che obblighi sempre e comunque, decorso un certo periodo di tempo, a rimuovere dal web una notizia a prescindere dalla valutazione concreta della sussistenza di un interesse pubblico al suo mantenimento, significa privare i posteri di un fondamentale strumento di controllo delle elités del Potere, notoriamente refrattarie ad un ricambio generazionale. Una privazione che si sostanzia nella violazione del principio di sovranità popolare, sancito all’art. 1 Cost., che vuole che i governanti siano scelti dal popolo, ma con cognizione di causa. Non solo. Qui è anche il principio costituzionale di eguaglianza sostanziale ad essere violato. Dice l’art. 3, comma 2°, Cost.: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Quegli ostacoli, più che rimuoverli, il disegno di legge Lussana li frappone. Imporre automaticamente l’oblio su fatti e misfatti di indubbio interesse pubblico provocherebbe uno scollamento tra i detentori del Potere e chi conferisce loro il mandato a governare, col risultato di vanificare quella “partecipazione” di tutti i cittadini al governo del Paese, voluta dalla Costituzione e che è alla base di ogni democrazia." (Avv. A. Tomanelli - www.difesadellinformazione.com)

Postato da: sagufo a 08:52 | link | commenti (2)

martedì, 23 giugno 2009

L'ultima vergogna è la chiusura del blog di Piero Ricca.
Andate a cercare i suoi video su YouTube.

(Era un falso allarme, il sito era momentaneamente irragiungibile per problemi tecnici)

Postato da: sagufo a 23:34 | link | commenti (1)

giovedì, 18 giugno 2009

Roberto Febo è un’icona nonché un vanto della musica popolare abruzzese. Attivo da oltre trent’anni, l’autore di classici come “A Vincenzo Patriarca”, “Gluc gluc gluc” e “Festa di paese”, tanto per citarne alcuni, continua, in giro per l’Italia e vari paesi esteri, a proporre la sua musica composta dalla più celebre tradizione folk regionale unita a composizioni proprie che, ogni volta, evidenziano sia un frizzante umorismo che un’amara ironia, conditi da una voce che però ha tonalità incredibilmente rock, ed è questa, a mio parere, una delle peculiarità di Robertino. Mentre da poco è uscito “Vecchio e nuovo”, una bella raccolta che comprende i primi brani, gli ultimi e un paio di inediti, è del 2008 la pubblicazione di “Robertino Sciò”, a cui ha fatto seguito la lunga ed omonima tournè. L’album si apre con “Cumpà”, un brano in cui emerge un Robertino impegnato, dal testo contraddistinto da una schietta critica sociale. Poi ci sono alcune “cover”, tra cui “Abruzzo medley”, contenente sette pietre miliari, come “Vola vola” e “Zì Nicola”, ed evergreen quali “La balilla” e “La bicicletta”, in cui il doppio senso la fa da padrone. “Canzone pe’ Giancarle” è una malinconica dedica ad un amico scomparso, “Ciao Abruzze” diverte con la sua cadenza samba, mentre chiudono l’album “Mazurchetta”, già presente in “Abruzzo Folk n. 1”, primo e strepitoso lavoro del nostro Febo, e “Tu donna mia”, brano che dopo tanti anni esce dal cassetto e che rivela un Robertino più classico e romantico del solito. Recentemente il cantautore nostrano è stato ospite a Torino di una serata organizzata per raccogliere fondi da destinare alle vittime del terremoto del 6 Aprile, inoltre, a partire da Luglio, sarà possibile ascoltare Roberto Febo live nelle sue divertenti performance in giro per le feste e le piazze italiane.

Postato da: sagufo a 18:31 | link | commenti (2)

sabato, 13 giugno 2009

Il 6 e 7 Giugno, weekend di votazioni per eleggere i membri del Parlamento Europeo, i cittadini abruzzesi sono stati chiamati a rinnovare anche un ampio numero di amministrazioni comunali, nonché quelle delle province di Pescara, Teramo e Chieti. Il primo dato che si impone allo sguardo, scorrendo i risultati sin dagli exit poll, è stata la scarsa affluenza alle urne, caratteristica che ha accomunato un po’ tutto lo stivale, sempre più disinteressato o deluso dalla politica: gli elettori recatisi alle urne sono stati appena il 60 per cento degli aventi diritto. E si può affermare con tranquillità che buona parte di questi astenuti si trovi nelle fila del centro sinistra, delusi proprio dall’opposizione al governo. Il Pd, infatti, ha avuto, come prevedibile, un crollo del 6 per cento, mentre minore è stata la perdita del PdL, che si attesta sul 35 per cento delle preferenze (un risultato comunque ben lontano dalle previsioni trionfalistiche di Berlusconi); buoni i risultati della Lega, che supera il 10 per cento, e dell’Italia dei Valori, che raddoppia i propri voti, rispetto alle ultime elezioni, e vede premiato un modo di fare opposizione continuo e tangibile. Male i partiti di sinistra che non raggiungono la soglia di sbarramento del 4 per cento e pagano le recenti separazioni e frammentazioni, frutto di un masochismo velleitario. Quello che più sorprende, però, è la fiducia che gli italiani hanno accordato, ancora una volta, al premier, uno dei candidati più votati in assoluto, nonostante i recenti scandali che ne hanno messo in luce la dubbia moralità e la continua refrattarietà a rispettare la Costituzione e la legalità (caso Mills e scandalo voli di stato, tanto per citare i casi più recenti), e al suo partito che, specialmente qui in Abruzzo, ha fatto bottino di preferenze, mandando a casa tre presidenti di provincia e numerosi sindaci del centro sinistra. Non bastano gli scandali che hanno travolto il centro sinistra regionale a spiegare le motivazioni che hanno spinto gli elettori a soprassedere sull’assurda gestione del sisma e sull’inesistente ricostruzione, fatte di bugie, dichiarazioni volgari e imbarazzanti, militarizzazione degli accampamenti o meglio di una città intera, quella di L’Aquila, scarsissime intenzioni di aiutare realmente i terremotati: basta guardare alla disumanità di trasferire qui il G8, a chi e come sono stati assegnati gli appalti per la ricostruzione (ditte esterne) e al decreto che fa improvvisamente scomparire i rimborsi, i fondi e i sovvenzionamenti ai danni. Certo, la maggior parte delle persone recatesi a votare sono gli affezionati del cavaliere. Infatti, secondo una ricerca del Censis, telegiornali, programmi d’approfondimento politico e quotidiani hanno influenzato enormemente il voto. Ed è stupido negarne la correlazione. Emblematica la dichiarazione di La Russa secondo la quale quello del PdL sia stato il miglior risultato del centro destra in Europa: è ovvio. Un pubblico abbindolato a cui le notizie del doppio stupro nella Roma di Alemanno e la vendita di Kakà al Real Madrid sono state tenute segrete fino a lunedi, a vittoria avvenuta. A distanza di anni, Berlusconi una promessa l’ha mantenuta: quella di trovare tantissimi posti di lavoro; ora infatti c’è una professione per tutti: il minatore. Quando sembra che si è toccato il fondo, in realtà bisogna cominciare a scavare sempre più.

Postato da: sagufo a 10:24 | link | commenti

sabato, 06 giugno 2009

Questa mattina, camminando per la piazza, sotto il sole, ho sentito che quello che spirava era un vento strano, come di un presentimento ostile per la mia città, a cui sono legato. 

Postato da: sagufo a 20:27 | link | commenti (3)